
Carissimi Amici con questo post vi regalo le ultime curiosità sulle trazioni di quest'isola che vive il carnevale in una maniera diversa e le maschere del carnevale sono la singolare testimonianza di riti e tradizioni di una cultura che il tempo non ha scalfito. A carnevale la storia di tutti i giorni diventa mito, evento straordinario, rito che si perpetua, appuntamento a cui non si può mancare perchè ci racconta la storia delle comunità sarde e sa farci, a volte, attori inaspettati di una magica e festosa teatralità. Andiamo dunque, lungo le vie del karrasegare, a vedere la Sardegna, più bella che mai vestita a festa dove le maschere non sono solo persone con il volto coperto ma.... tutta una tradizione che si tramanda da secoli.

CARNEVALE DI SAMUGHEO
Il sacrificio de S'Urthu e la danza dei Mamutzones, coperti di pelli di capra, corna grandi su copricapi alti di sughero, sul corpo campanacci, il volto nero di nerofumo.Danzano scomposti intorno a s'Urtzu per metà caprone, per metà uomo e su 'Omadore lo tormenta fino alla suo sacrificio.
LE MASCHERE
Su mamutzone è la maschera del silenzio.Vestita di fustagno nero e coperta di pelli di capra, calza i gambali e cinge gli stinchi di pelle di capra, ha la vita cinta di trinitos e campaneddas e il petto appesantito da due paia di campanacci, in bronzo o in ottone. Ha il volto annerito dal sughero bruciato e tiene in mano un bastone nodoso e tondeggiante all'estremità.L'elemento che distingue su mamutzone dalle maschere barbaricine è l'acconciatura della testa, munita di un recipiente di sughero, su casiddu o, più raramente, su moju, rivestito all'esterno di lana caprina e coronato all'estremità da affusolate corna bovine o caprine.
S'urtzu, tragica e triste, ha la testa di un capro, indossa un intero vello di caprone nero, porta sul petto pelli di capretto e un cinturone da cui pende un grosso campano. Un tempo, dsi chiamava orcu.
S'urtzu è la bestia, la vittima da soggiogare: un tempo, sotto le pelli, portava pezzi di sughero la cui corteccia consentiva la resistenza alle percosse dategli dal suo guardiano, su'omadore, figura di pastore interamente avvolto in un lungo gabbano nero, dotato di soga e bastone, catena e pungolo per i buoi.Muovendosi e saltellando come un gregge di capre, is mamutzones provocano una cadenza scandita dal cupo tintinnare delle campane e dei campanacci. Le maschere intercalano il loro incedere disordinato incornandosi e mimando il combattimento delle capre in amore.
La tradizione popolare dice che se le capre si incornano il tempo sta per cambiare: la tenzone d'amore si fa allora rito propiziatorio che chiede la pioggia, la finzione diventa invocazione. Può anche succedere che is mamutzones tolgano il copricapo, su casiddu, e lo pongano ciascuno l'uno accanto all'altro, formandovi intorno un cerchio danzante. Intanto, s'urtzu fa il suo percorso zoppicando, danzando goffamente e, talvolta, avventandosi sugli astanti.Si voltola nelle pozzanghere, si rialza, si scuote e si ributta a terra, muggendo: solo su'omadore può limitarne l'intemperanza, battendolo fino a farlo sanguinare e pungolandolo per farlo ridestare.S'urtzu è grondante e la terra si colora di rosso, ma è solo l'espediente scenico dato da una vescica di sangue e acqua nascosta sotto le vesti, pronta a cedere alla pressione del corpo che cade.
S'urtzu cade ancora, e la torma di mamutzones gli danza intorno esultante, quasi ad eseguire un ballo di invasati.La figura de s'urtzu, come attestano alcuni gocius (canti sacri rimati e cantati), aveva un tempo un carattere sacro e si chiamava Santu Minchilleo, nome curioso che ne indicava sì la sacralità, ma anche la semplicioneria.
Anche nelle maschere di Samugheo sono evidenti le tracce degli antichi culti del Mediterraneo arcaico.In particolare il culto del dio Dioniso. Anzi, secondo la Turchi, il Carnevale sardo tutto è la "commemorazione di Dioniso che ogni anno rinasceva a Primavera come la vegetazione"
Ecco gli elementi principali che conducono a questa interpretazione:La parola "Mamutzone"" ha la stessa radice di alcuni epiteti con i quali veniva chiamato Dioniso.E il comportamento dei Mamutzones è simile a quello dei seguaci di Dioniso, così come viene descritto dalle fonti classiche.
S'Urtzu rappresenta il dio che viene immolato, ha le sembianze di un capro e questo era uno dei modi nei quali, più frequentemente, si manifestava Dioniso.Il sacrificio de s'Urtzu-Dioniso è "cruento": sotto le pelli di capra tiene una vescica piena di sangue e acqua. E quando cade a terra, sotto le percosse de su 'Omadore, la vescica si spacca e la terra si impregna di sangue.Dioniso rinasce dopo una morte sofferta, la terra è nuovamente fertile e prodiga di frutti dopo la "morte invernale", ma solo dopo che il sacrificio cruento si è compiuto.
Sos Mamutzonesinvece rappresentano i seguaci del dio: portano copricapi cornuti mentre s'Urtzu ha il capo interamente coperto dalla testa di un caprone.Imitano il dio, lo adorano, si dimenano scomposti, danzano, cercano di raggiungere l'estasi per farsi possedere dal dio.Il parallelo è con le menadi seguaci di Dioniso. La parola mainades in greco significa "le pazze".
IL CARNEVALE DI OTTANA
I merdules
rappresenta una figura di bovaro rozzo, gobbo e sgraziato, con pelli ovine addosso e con il viso nascosto da una maschera antropomorfa dai lineamenti grotteschi, sa carazza, quasi sempre di pero selvatico, talvolta arricchita da intarsi e colorate fioriture impresse sulla superficie.
I boes indossano anch'essi pelli di pecora con addosso un pesante tracollo di campanacci: portano sa carazza 'e boe, maschera facciale raffigurante un bove. A questi che sono i protagonisti del carnevale di Ottana si accompagnano altre figure zoomorfe e antropomorfe, da su porcu all'asino, dal cervo a sa filonzana, una filatrice sempre china ad angolo retto, con scialle nero e vestito femminile curiosamente abbinato a gambali di cuoio tipici del pastore. Vi sono, inoltre, sas mascaras serias, eccentriche maschere danzanti ricoperte di stracci, camicie, lenzuola e persino tappeti
LA SCENA
E' un disordinato corteo che riproduce mimeticamente, facendone un evento rituale, apotropaico e totemico, l'azione dell'uomo sulla bestia.
L'aggiogamento come avvenimento naturale, tipico del mondo agreste, si carica di simbologie soprannaturali, quasi demoniache: alla fine la specie umana si confonde con quella animale, a vincere è l'antropobovino, una sorta di bòe muliàche, figura drammatica e ambivalente, consueta nelle credenze profane della tradizione popolare barbaricina.
Il tutto diventa una performance basata sulla complementarità di azione tra merdules e boes.
Il merdule, impertinente e mordace, sostenuto nel suo incedere pesante da un bastone, tiene legato ("insogau") il boe tramiteuna fune.
Il boe, sempre muto, tenta goffamente di limitare le smodatezzee le aggressioni del suo conduttore il quale corona spesso la sua azione scenica coinvolgendo e talvolta travolgendo il pubblico.
Intanto sa filonzana, tenendo in mano una conocchia avvolta da fili di lana grezza (simbolo efficace della fragile vita umana), minaccia continuamente di reciderli, quasi invocando la fine su chi non le offre un bicchiere di vino.
ORIGINE E SIGNIFICATO
L'origine di questa "processione danzata" richiama senz'altro la stessa radice storica e culturale delle altre maschere barbaricine e, probabilmente, i riti apotropaici di alcune antiche civiltà del Mediterraneo.
Le suggestioni evocate e i significati culturali più forti riconducono al ricco patrimonio di credenze sacre e pagane del mondo agreste e pastorale, in particolare al culto del bove, risalente all'età protosarda e presente anche in età romana.
L'uomo, su merdule, aggiogando su boe, è portato inesorabilmente a "si bovare", a delirare e a perdere i suoi connotati umani trasformandosi in animale. Il carnevale ottanese riesuma ogni anno il pericolo di questo capovolgimento, evidenziandone il forte risvolto ironico, quasi a voler esorcizzare il rischio che quanto avviene a carnevale non diventi realtà per chi, come il pastore di Barbagia, ha fatto delle bestie il docile oggetto del proprio lavoro. Il carnevale diventa allora finzione grottesca e insieme drammatica, celebrazione e simbolizzazione, quasi rito di purificazione
Sono molte, in Barbagia, le tradizioni che ci svelano ancora le linee infinite di una cultura secolare. come I sos thurpos, "i ciechi" dal volto annerito mimano scene di vita agreste e si lanciano sulla folla...
